
VISCIANO- (di Nello Lauro- Il Mattino) Qui era il professore dei Camaldoli. Uomo di altri tempi, dall’accento meridionale, dagli occhi profondi, erudito, disponibile ma schivo e chiuso quando si chiedeva chi fosse. Conoscitore della matematica, con una cicatrice sulla mano destra, accanito fumatore e con l’abitudine di scrivere formule di ogni genere sui pacchetti di sigarette. Dettagli. Particolari. Di una persona non comune. Non solo una leggenda ma il ricordo di un uomo arrivato qui negli anni ’40 con l’aura del mistero che lo ha accompagnato fino alla fine dei suoi giorni tradito da una doppia colica e seppellito come sconosciuto nella fossa comune a Nola.

Nei giorni in cui il caso Majorana riempie di nuovo le pagine dei giornali e le immagini delle tv, la piccola Visciano (4500 anime su una collina che abbraccia il Nolano e la Bassa Irpinia) accende la sua memoria. La cittadella della caritĂ potrebbe essere stato il buen retiro di Majorana al quale è intitolata una strada nei pressi del luogo dove avrebbe vissuto. Testimone oculare Fioravante Meo, 88 anni da compiere ad aprile, maestro elementare e giornalista che ha raccolto le testimonianze di 21 persone nel volume “L’ultimo rifugio di Ettore Majorana” (editore Tullio Pironti) che traccia i contorni e i particolari dello sconosciuto di Sant’Angelo del Monte che comparì su questa collina immersa nel verde intorno agli anni Quaranta (il fisico siciliano scomparve a Napoli nella notte tra il 25 e 26 marzo del 1938). Qui, secondo i viscianesi, avrebbe vissuto la sua seconda vita il ragazzo di via Panisperna, il pupillo di Enrico Fermi. Il “professore” viveva in una stanzetta del vecchio eremo dei monaci dei Camaldoli (per i quali ritirava la posta ogni mattina), oggi sepolto dall’immondizia. Qui dormiva dove c’era il forno per sfuggire al rigore dell’inverno.

“Lo incontravamo ogni giorno mentre camminava per Visciano – ricorda Meo – e per questo decidemmo di indagare su quello strano personaggio, discreto, cortese e dall’aspetto fieramente dimesso; inconsciamente pensavamo che non fosse un uomo qualsiasi”. “Il mio ricordo piĂą bello riguarda mio padre – continua il professore – ero iscritto al seminario e la matematica non era il mio forte. Eppure eccellevo in tutte le materie umanistiche, e per questo il mio docente di matematica convocò mio padre. Al ritorno da scuola incontrammo il professore. Quell’uomo consolò mio padre confessando di aver avuto problemi in qualche materia a scuola. Un particolare confermato da una pronipote dello scienziato che ha letto il mio libro e mi ha ribadito che da giovane Majorana avesse qualche problema in qualche materia”.

Ma come si associa la presenza di quel bizzarro personaggio al fisico siciliano cercato in tutto il mondo? Dettagli. Particolari. La sua etĂ per cominciare: Majorana scomparve a 32 anni, e tale era piĂą o meno l’etĂ del misterioso professore dell’eremo; le fattezze fisiche, l’altezza ma soprattutto gli occhi scuri; l’accento marcato del Sud (Majorana era nato a Catania) e quella “cicatrice sulla mano destra”. Poi il modo di comportarsi: taciturno e restio a parlare di sĂ©, mai detto il suo nome, nĂ© dichiarato le sue origini. “Parlava poco, ma amava la matematica: scriveva continuamente formule e logaritmi sulla spoglia parete della sua celletta di quegli anni – racconta ancora Meo – così come Majorana riempiva di formule ogni spazio, persino i pacchetti di sigarette Macedonia che fumava in continuazione. Pacchetti di sigarette che anche lo sconosciuto di Monte Sant’Angelo aveva sempre come compagnia. Dettagli. Particolari. Nessuno conosceva il suo nome di battesimo, ma il frate priore di allora, padre Filippo, lo chiamava “Ettore”. Ed una frase che il monaco professore rivolse ad uno di quei ragazzini curiosi che aiutava a fare i compiti di matematica: “Un giorno, non lontano, tutto il mondo parlerĂ di me e voi conoscerete il mio nome”. Una frase, un enigma. Era il professore dei Camaldoli.